Ripensare la bellezza, verso il nuovo paradigma dell’Estetica Ecologica

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In questo ultimo secolo, ed in particolar modo negli ultimi decenni, ci si trova spesso a chiederci di chi sia il compito di aggiustare ciò che di sbagliato – o non in equilibrio – ci sia negli ecosistemi in cui viviamo. L’evidente crisi ecologica contemporanea, su cui solo ultimamente si sta prestando maggiore attenzione, ha maggiormente posto questo interrogativo. Chi dovrebbe occuparsi di tutto questo? E con quali strumenti? Ed in che modo?

La risposta per molti appare scontata: è la scienza che dovrebbe farlo. La scienza possiede i dati e da quelli può creare delle procedure migliorative, correttive.
In effetti la nostra cultura è ormai così inserita all’interno di un sistema tecnologico perenne che la soluzione ad ogni problema viene cercata nella scienza e nella tecnica, perché così siamo stati abituati, perché questo è ciò che vediamo ogni giorno.
Sono malato? Deve esistere una cura e se non c’è, va ricercata. Serve energia elettrica? Possiamo costruire centrali ogni volta più efficienti. Fa sempre più caldo? Posso usare climatizzatori sempre migliori. Devo spostarmi? Ho gli aerei. E così via. Tutto funziona perfettamente, fino a quando non ci si accorge che la tecnologia tende a fornire soluzioni ai sintomi del problema e perde di vista l’aspetto sistemico all’interno del quale quel problema è inserito.

Se sono malato, quella malattia potrebbe avere una origine che prescinde dai sintomi e che potrebbe non essere presa in considerazione da una cura basata sulla sola tecnica scientifica.
In altre parole, viviamo in un contesto culturale in cui manca completamente un approccio olistico ai grandi problemi che ogni giorno siamo chiamati a fronteggiare.

Dimentichiamo di fare parte di sistemi e sottosistemi, dimentichiamo che ogni cosa è connessa l’una con l’altra, dimentichiamo che ogni nostra azione ha una conseguente reazione da qualche altra parte di quell’insieme più grande del quale facciamo parte. E abbiamo dimenticato un aspetto molto importante della vita: che evolversi significa essenzialmente trovare la migliore strada verso la sopravvivenza. Non ci evolviamo per migliorarci (quella è una conseguenza), piuttosto ci evolviamo perché altrimenti saremmo destinati a scomparire, portandoci dietro i sistemi a cui siamo connessi e con i quali non siamo più in equilibrio.

Allora diventa necessario trovare un modo diverso di pensare, che permetta di vedere le cose come sistemi interconnessi tra di loro, che ci offra la possibilità di analizzare i flussi di azioni, reazioni, scambio di dati non nel dettaglio, ma in generale.

Ci vuole, insomma, una Ecologia delle Idee che metta in relazione campi solo apparentemente distanti, ma che in realtà appartengono allo stesso dominio, come i processi biologici della natura e la struttura del linguaggio umano, la tendenza alla crescita e alla degradazione tipica di ogni sistema sociale e cellulare, i codici analogici e preverbali della comunicazione sociale animale e la grammatica cinetica umana che si esplica attraverso la danza, la musica, la poesia.

E’ stato Gregory Bateson a coniare per primo il termine di Ecologia delle Idee (che è talaltro il titolo di una sua opera), e fu lui ad offrire un percorso di idee basato su un approccio olistico piuttosto che matematico e scientifico. Me se non è più la scienza e la tecnica ad analizzare e generare soluzioni, quale altro aspetto del sapere umano possiamo usare come strumento?

È qui che entra in gioco la bellezza, o meglio, l’estetica. Innanzitutto, il ruolo della bellezza come salvatrice del mondo non è del tutto nuovo. In passato così era considerata da grandi pensatori, ed intere società hanno basato il loro sviluppo – o la loro evoluzione – proprio sulla bellezza. Il desiderio di creare qualcosa di bello è stato – e sempre sarà – un motore evolutivo potentissimo.

Ma possiamo andare più in fondo: l’estetica si occupa di ciò che è bello, l’etica si occupa di ciò che è buono. Tuttavia, non sappiamo se in natura esista una definizione corretta di brutto che sia slegata completamente dal concetto di cattivo. Se è così, potremmo dire che i binomi bello/buono e cattivo/brutto siano profondamente legati. E se così è, anche l’estetica e l’etica appaiono dunque legati a doppio filo l’una con l’altra.

Ne deriva dunque che la scienza del bello, l’estetica, sia lo strumento privilegiato per capire e ragionare in termini etici, come talaltro molti filosofi del passato avevano pienamente inteso.
E l’etica e l’estetica appartengono al dominio non delle scienze matematiche, ma dell’umanesimo.
L’umanesimo è una disciplina estremamente raffinata ma che oggi viene tenuta completamente esclusa da ogni azione di intervento sull’uomo e sulla natura. Ogni scelta, ogni percorso, ogni decisione viene presa a partire da un approccio scientifico, e non più umanistico o ancor meglio, estetico.

E l’estetica oggi può aumentare di significato. Bateson ci diceva che è necessaria una struttura di pensiero basata su una ecologia delle idee al fine di pensare in maniera olistica. E l’estetica olistica diventa una estetica ecologica, l’unica oggi in grado di cogliere adeguatamente gli equilibri che sottostanno e che regolano i processi dei sistemi connessi l’uno all’altro, e l’unica in grado di gestire con consapevolezza questi equilibri.

Ecco perché dobbiamo ripensare la bellezza. Non più qualcosa di separato dal mondo reale – come nel caso dell’arte – ma come una linea guida tecnica capace di interpretare i meccanismi regolatori degli ecosistemi naturali ed umani e porre le basi per la loro evoluzione e sopravvivenza.

Vi aspettiamo dunque sabato 29 giugno alle ore 18 in compagnia di Aldo Cichetti, autore del bellissimo libro “Ripensare la Bellezza”.

Se volete nuovi occhi con cui guardare il mondo, questo evento è per voi.